Arco della Pace – Cavalli maleducati!

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Non servono libri di storia per raccontare gli ultimi due secoli della città di Milano.

Dove finisce parco Sempione ed inizia l’omonimo corso si staglia candido e altero, quell’enciclopedia della storia moderna meneghina che prende il nome di Arco della Pace.

Bello! Sicuramente bello, elegante , costruito a somiglianza dell’Arco di Costantino di Roma, allineato dice la leggenda e ha detto pure Hemingway nella sua “festa mobile” con gli archi parigini del Carrousel e quello di Trionfo dell’Etoille.

Sulla sua superficie compare di tutto: statue, rosoni, iscrizioni, fregi, bassorilievi. Dalla Battaglia di Lipsia, al Congresso di Praga, dal Congresso di Vienna alla Fondazione del Regno Lombardo-Veneto, dalla Capitolazione di Dresda all’incontro dei Tre Sovrani alleati…

E le allegorie? Quante ne volete: il Po, il Ticino , il Tagliamento, l’Adige e poi ancora Ercole, Apollo, Minerva, la Poesia, la Storia, la Lombardia, la Vittoria, l’Astronomia, la Città di Milano e molte altre…insomma c’è da perdere un giorno intero per leggere questa tridimensionale storia iniziata nel 1807 su progetto di Luigi Cagnola.

Ma una domanda nasce spontanea: Arco della Pace, ok. Ma di quale “pace” stiamo parlando?

Qui le cose si complicano, o si fanno più curiose. Cagnola lo progettò come Arco delle Vittorie per celebrare le vittorie napoleoniche, e con questo intento prese il via la sua costruzione, ma poi purtroppo, il buon Bonaparte capitolò a Waterloo.

Tornarono gli Austriaci, che non si fecero problemi a rilevare l’Arco nel 1826 per completarlo e dedicarlo, sotto Francesco I alla pace stipulata nel 1815 durante il Congresso di Vienna. Morto il Cagnola, lo fecero completare al Londonio giusto in tempo per l’ingresso in città di Ferdinando I re del Lombardo-Veneto. Insomma l’Arco c’era ed è stato tenuto, è cambiata solo la “pace”.

Così a sberleffo dei Francesi, gli Austriaci fecero girare la sestiga di Cavalli di bronzo posizionati sulla sommità dell’Arco affinché voltassero i loro deretani proprio verso la Francia sconfitta. Ma non finisce qui.

Nel 1859 l’Arco, e tutta Milano passarono ai Piemontesi, e da qui un nuovo cambio di interpretazione. Sotto i suoi fornici passarono Napoleone III e Vittorio Emanuele II e così senza cambiare null’altro  vennero solamente  poste un paio di nuove iscrizioni. E così pure i cavalli maleducati rimasero lì così girati di schiena fino ai giorni nostri, a salutare col loro posteriore chiunque arrivasse dal Sempione e dalla Francia.

C’è un altro storico segnale del passaggio degli Austriaci a Milano. Lo si trova ancora su molti palazzi del centro.

Ma questo è un altro post…

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Palazzo del Senato – un posto dove…imbucarsi

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“Partendo da via Molino delle Armi e percorrendo via Santa Sofia, poi via Francesco Sforza, Visconti di Modrone, San Damiano e via Senato, si ripercorre quella che un tempo era la Cerchia Interna dei Navigli…”

Ok, ho capito, questo lo sapete già tutti, o quasi. L’antica cerchia interna, che seguiva più o meno il tracciato delle mura romane, serviva per portare il marmo per la Fabbrica del Duomo fino al laghetto di Santo Stefano ecc, ecc, ecc…
Tranquilli, niente lezione sui navigli, per ora. Ma certo non aspetterò la loro totale riapertura per riparlarne.

Dove eravamo rimasti? Ah, ecco, certo! In via Senato!

E allora si scende: giù dal barcone, risaliamo al livello della strada e ci lasciamo stupire dalla magnificenza del Palazzo del Senato. Risale al 1576: nato come Collegio Elvetico per volere dell’Arcivescovo Carlo Borromeo, fu poi portato a termine dal cugino Federico (sempre Borromeo, ovviamente, e sempre Cardinale). Progettato da Fabio Mangone, venne architettonicamente completato dal Richini. Poi la storia di Milano andò come sappiamo, col solito turnover: a fine ‘700 subentra il Governo Austriaco, poi ecco arrivare i Francesi, che fanno diventare la città Camera Bassa della Repubblica Cisalpina, e nel 1805, con il neonato Regno d’Italia, divenuta Capitale, Milano ospita finalmente la sede del Senato. Oh…ecco fatto. Ci siamo detti tutto.

Naturalmente, al giorno d’oggi l’edificio ha perduto le sue antiche funzioni e ospita l’Archivio di Stato.

Ora, se mai vi venga voglia di entrarci, lasciatevi stupire dall’armonia architettonica delle sue due corti e meravigliare dalle arcate, dalle colonne e dall’equilibrio geometrico che vi regna, unico e raro fra i cortili della città. Ma una volta usciti, giratevi ancora una volta verso la sua facciata e guardate bene…

– L’asse dell’edificio è inclinato rispetto a quello della strada.

Sì, ma guardate meglio.

– Il varco del portone crea una piacevole profondità scenografica con i cortili retrostanti.

Sì certo già detto.

– Una singolare statua di Mirò svetta sullo slargo di fronte all’ingresso, immersa nei fiori di campo.

Vero anche questo. Molto bucolico. Questa è una delle ultime sculture del grande artista, è del 1973, fa parte del ciclo “grandi sculture” e si chiama “Volo d’uccello” o “Uccello risvegliato”. Ma ancora non state osservando bene. Guardate lì, accanto al portale d’ingresso, alla sua sinistra.

Il palazzo del Senato, in epoca Napoleonica, fu dotato della prima buca delle lettere italiana. Ed è ancora lì che ci osserva, un poco dimenticata. Senza più nessuno che la utilizzi, lei che vanta un primato tanto importante.
Speriamo che qualcuno almeno s’imbuchi a palazzo, per darle un’occhiata.

Ma sapete dove venne installato il primo semaforo? E la prima fontanella? E il primo citofono?

Beh, alla prossima. Questi sono tutti altri post…