Milan Fashon Week – un vero 48

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Tutto inizia con la VFN (Vogue Fashon Night per quelli out). Oh my Good! Where? Qudrilatero off course, duomo, il corso e poi nei new districts come porta Nuova e Gae Aulenti . Full time. Full night. Full fashon. Parola d’ordine: TOP!

And now let’s go! Eat, drink, smile and shine. Remember: you are the best. La settimana (ops..la Week), la MFW è iniziata!. Corri, vai, accelera, cambiati, più glamour, più cool, meno out più top. On the roof, just a little breakfast  whit a little black dress (LBD)…anche se a colazione è just a little out. Ma today chi è out è in. Inforca la shopper, lavora come blogger, ferma un taxi, ti porta in location, parte lo show. Il concept ci sta, lo style è street a tratti tres chic. One word: no word. Inizi ad essere down? Be happy! C’è un party, un after show, un ape, un happy hour. Sei multitasking, copy, technical and web addictded. Posta sui social, un link su facebook, un tweet su tweetter, un selfie su instagram e un live su periscope.

Parole, parole, parole in questa Milano affollata di moda: clutch, little bag, slim, fitted and fitting, jeans, open toe, mary jane, optical, flat, plateau, plissè, voillle, matelassè, tricot, decolletè, vintage, new vintage, boots, charms,  red mood, spring summer collection, oubergine, nude look, green water and yellow fower, total gold, total white, total black, total confuse.Too much, too wors, too to to to…toooooooooooo…il cliente da lei chiamato non è al momento disponibile. Riprovate tra una settimana.

Una settimana così e la testa va in palla. A milano sembrano proprio i moti del 48. Congestioni di traffico, barricate di gente più o meno folk che attendono fuori da improbabili luoghi per assistere alle sfilate, luci, botti, colori e…

E…tutto sotto i segni evidenti e lampanti di quel 48 che tanto ha segnato Milano.Lì dove imperano i nuovi sovrani del glamour rimangono i segni evidenti di un tempo che ci ha regalato la libertà. E allora alzando la testa ecco che ancora si vedono le brecce lasciate sui muri, i portali sfregiati e addirittura in corso di Porta Romana una palla di cannone rimasta conficcata su un muro. In o out?

Oggi forse ci sembrano solo incrostazioni di sapore retrò. Un new vintage innovativo che crea dinamismo alle forme ben più regoular delle geometrie moderne. Il 48 quindi è top!

Ma quel bailame del 48 durò purtroppo più di una sola settimana, lasciando dei segni nel tempo che sono durati più del tempo di una sfilata. Vite, anime, forza, coraggio, voglia di farcela e di libertà.

C’è inoltre una piazza a Milano dove rimangono evidenti i segni delle esplosioni della Seconda Guerra.

Ma questo è un altro post…

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Arco della Pace – Cavalli maleducati!

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Non servono libri di storia per raccontare gli ultimi due secoli della città di Milano.

Dove finisce parco Sempione ed inizia l’omonimo corso si staglia candido e altero, quell’enciclopedia della storia moderna meneghina che prende il nome di Arco della Pace.

Bello! Sicuramente bello, elegante , costruito a somiglianza dell’Arco di Costantino di Roma, allineato dice la leggenda e ha detto pure Hemingway nella sua “festa mobile” con gli archi parigini del Carrousel e quello di Trionfo dell’Etoille.

Sulla sua superficie compare di tutto: statue, rosoni, iscrizioni, fregi, bassorilievi. Dalla Battaglia di Lipsia, al Congresso di Praga, dal Congresso di Vienna alla Fondazione del Regno Lombardo-Veneto, dalla Capitolazione di Dresda all’incontro dei Tre Sovrani alleati…

E le allegorie? Quante ne volete: il Po, il Ticino , il Tagliamento, l’Adige e poi ancora Ercole, Apollo, Minerva, la Poesia, la Storia, la Lombardia, la Vittoria, l’Astronomia, la Città di Milano e molte altre…insomma c’è da perdere un giorno intero per leggere questa tridimensionale storia iniziata nel 1807 su progetto di Luigi Cagnola.

Ma una domanda nasce spontanea: Arco della Pace, ok. Ma di quale “pace” stiamo parlando?

Qui le cose si complicano, o si fanno più curiose. Cagnola lo progettò come Arco delle Vittorie per celebrare le vittorie napoleoniche, e con questo intento prese il via la sua costruzione, ma poi purtroppo, il buon Bonaparte capitolò a Waterloo.

Tornarono gli Austriaci, che non si fecero problemi a rilevare l’Arco nel 1826 per completarlo e dedicarlo, sotto Francesco I alla pace stipulata nel 1815 durante il Congresso di Vienna. Morto il Cagnola, lo fecero completare al Londonio giusto in tempo per l’ingresso in città di Ferdinando I re del Lombardo-Veneto. Insomma l’Arco c’era ed è stato tenuto, è cambiata solo la “pace”.

Così a sberleffo dei Francesi, gli Austriaci fecero girare la sestiga di Cavalli di bronzo posizionati sulla sommità dell’Arco affinché voltassero i loro deretani proprio verso la Francia sconfitta. Ma non finisce qui.

Nel 1859 l’Arco, e tutta Milano passarono ai Piemontesi, e da qui un nuovo cambio di interpretazione. Sotto i suoi fornici passarono Napoleone III e Vittorio Emanuele II e così senza cambiare null’altro  vennero solamente  poste un paio di nuove iscrizioni. E così pure i cavalli maleducati rimasero lì così girati di schiena fino ai giorni nostri, a salutare col loro posteriore chiunque arrivasse dal Sempione e dalla Francia.

C’è un altro storico segnale del passaggio degli Austriaci a Milano. Lo si trova ancora su molti palazzi del centro.

Ma questo è un altro post…

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Piazza Affari – conosciamo “il dito”

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Qualcuno grida allo scandalo. Qualcuno vorrebbe toglierla. Qualcuno ci ride sopra.

Qualcuno l’ha realizzata (Maurizio Cattelan, scultore). Qualcun altro l’ha inaugurata (Letizia Moratti, sindaco). Qualcun’altro ancora ha voluto restasse lì oltre il tempo prestabilito (Giuliano Pisapia, sindaco).

Molti la fotografano, altri la considerano ormai un vero monumento di Milano e moltissimi altri ancora la reputano uno dei nuovi simboli della nostra città, da portare a casa in riduzione anche come souvenir.

Troppi però hanno idee confuse sul suo significato.

Ma se molte volte l’arte serve solo a suscitare sensazioni e stimolare pareri, contrari o a favore che siano, senza dare troppe spiegazioni, in questo caso è l’autore stesso che ce ne offre, e non poche.

“L.O.V.E.” è il suo titolo. “AMORE” diranno molti. Certo, la parola inglese porta a quello, ma vedete quei puntini tra una lettera e l’altra? Ecco. Molto bene. I punti contano: è un acronimo. L di libertà, O di odio, V di vendetta, E di eternità. Cause ed effetti, lasciti e postumi di un periodo storico che tanto ha cambiato la nostra storia compresa quella di Milano: il ventennio fascista.

Quindi un dito medio esplicitamente rivolto a quello? No, non proprio. O meglio, questa accezione sarebbe troppo sbrigativa e deludente, anche artisticamente. Andiamo un po’oltre. Immaginiamo quella mano intera, tesa al cielo nel consueto saluto fascista. Lasciamola alle intemperie, alla storia e alla corrosione e alla decadenza del suo significato ed immaginiamo che alcune dita col passare dei giorni e degli ideali si sgretolino e si consumino col tempo. Uno solo, a sberleffo della sorte, ha resistito. Ironicamente quindi il dito medio che vedete svettare in Piazza degli Affari niente altro rappresenta se non “ciò che resta del saluto fascista”.

Non è un caso che nel 2010 decisero di piazzarla proprio di fronte a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa Milanese, ed edificio in classica architettura fascista.

Ora vedete il fatto come preferite.

Un gesto volutamente irriverente o…

…or just a touch of L.O.V.E.

Sotto piazza Affari si nasconde inoltre un vero tesoro della Milano romana.

Ma questo è un altro post…

San Fedele – e il gradino fatale

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In piena aria di Controriforma, nel 1563 il buon Carlo Borromeo, affidò questa centralissima chiesetta del 1147 alle mani di Pellegrino Tibaldi, affinché la restaurasse secondo i canoni architettonici e liturgici stabiliti dal Concilio di Trento.

Navata unica, centralità dell’altare, pulpito laterale…e un sacco di altre regole per la cui realizzazione si susseguirono i molto citati e presenti altri architetti operanti a Milano quali Martino Bassi e  Francesco Maria Richini, fino al rifacimento della facciata, a metà ottocento, affidata al Pestagalli che, però, ligio ai disegni di due secoli prima portò a termine il controriformista progetto del Tibaldi.

Ed ecco pronta la rinata chiesa di San Fedele che sostituì  in zona l’ormai abbattuta chiesa di Santa Maria della Scala. Una piazza come l’urbanistica comune vorrebbe in un centro storico, non come altre piazze di Milano create dal  risultato di sventramenti, allargamenti e necessità di ampliamento: una perfetta geometria, una bella chiesa che fa da sfondo e che in alcune ore del giorno ha il privilegio di avere un’illuminazione naturale assolutamente fotografica, un edificio importante su un lato che porta il nome di Palazzo Marino, viuzze di una vecchia Milano, rimaste più o meno ferme nel tempo, che le danno accesso ed uscita. Inoltre oggi la piazza è pedonale, ci sono alcuni alberelli, il pavé, delle sedute e come in tutte le piazze che si rispettino una bella statua al centro.

Eh sì, è proprio lui: un poco incupito domina da lassù in tutta la sua imponenza il genio letterario di Alessandro Manzoni.

Ma perché l’hanno messo proprio qui e non per esempio in piazza Belgioioso dove visse e morì? Questo è il segreto!

Perché proprio sui quei gradini d’accesso alla chiesa di San Fedele il buon Manzoni recandosi ad una celebrazione ebbe un capogiro, cadde, e batté la testa. Di lì a poco, il 22 maggio del 1873 probabilmente proprio a causa di un ematoma cerebrale causato da quella brutta cadute, il grande maestro morì.

Ei fu. Siccome immobile / Dato il fatal destino / cadde il Manzoni flebile / colpa di quel gradino.

Certo che mi perdonerete l’ironica licenza.

Sapete inoltre dove nacque Manzoni e dove venne battezzato?

No? Mi spiace. Ma questo è un altro post…

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De Chirico – a bagno nella fontana

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Offerta imperdibile della settimana: le fontane di Milano!

Fossimo a Roma parleremmo solo (e non solo) delle tante, tantissime fontane distribuite su piazze, vie, incroci e parchi ma a Milano fontane non ce ne sono. O meglio così si pensa. E invece vi sbagliate! Ascoltatemi bene perché l’offerta di oggi cambierà per sempre la vostra visione dell’acqua a Milano.

Cari amici lettori, con questo caldo e con l’afa di questi giorni cosa ci sarebbe di meglio che incontrare una bella fontana? Sappiate che a Milano ne abbiamo, e pure tante.

Iniziamo con le “vedovelle” o “draghi verdi”, le comuni fontanelle dalle quali dissetarsi mentre si è in giro, ricordando che la prima venne posizionata negli anni ’20 in piazza della Scala, Quella è in bronzo, tutte le altre sono in ghisa. In totale sono circa 418, sparse in tutta la città, e la loro acqua è buona!

E proseguiamo l’offerta con vasche e specchi d’acqua. Ultimamente vanno per la maggiore e riempiono innovativi e rinati spazi urbani come l’area che fiancheggia Palazzo della Regione, Piazza Gae Aulenti, piazza Elsa Morante a City Life, o piazza Piemonte, tutte figlie della ormai datata vasca di piazza San Babila. Degna di nota per i più esigenti in fatto di zona relax anche quella di parco Marinai d’Italia.

E che ne dite di doccioni e getti d’acqua? Ci sono quelli di Piazzale Cadorna, quelli della stazione Centrale o quella cascata che dal monumento in Piazza della Croce Rossa versa su via Dei Giardini.

Per i più tradizionali abbiamo le più semplici fontane ad anfora di piazza Bausan, via Benedetto Marcello, piazza Luigi di Savoia…

Ci sono poi quelle in super-offerta con annessa statua a grandezza naturale. Stiamo parlando della fontana di San Francesco, di Sant’Antonio o quella dedicata a Giuseppe Grandi di corso XXII Marzo, che meriterebbe un capitolo a parte.

Ma l’offerta per la nostra estate prosegue con le fontane più storiche, quelle belle anche come sfondo per un selfie, molte appena restaurate. Ed ecco che a portata di tutte le tasche spunta la fontana dei Tritoni in via Andegari, (sconosciuta a molti), l’eclettica fontana delle Quattro Stagioni in piazza Giulio Cesare, la peschiera del Parco della Guastalla e la famosa fontana del Piermarini che ha dato il nome alla centralissima e conosciuta  piazza.

Non siete ancora convinti? Non avete trovato ancora la fontana per voi? In super offerta c’è senza dubbio la fontana numero uno di Milano, la “torta degli sposi” di fronte al Castello Sforzesco. Lì gli spruzzi arrivano e rinfrescano di sicuro.

Ma se tra tutte queste fontane non ne avete trovata ancora una capace di materializzare il vostro desiderio incontrollabile di refrigerio, noi di Milanobliqua sappiamo come  soddisfarvi. Costruita da Giorgio Da Chirico nel 1973 in occasione della XV Triennale e da poco restaurata si intitola “i bagni misteriosi” e rappresenta senza dubbio ciò che tutti noi vorremmo poter fare senza indugio sotto questo torrido caldo milanese di fronte a qualsiasi fontana ci si presenti davanti.

Ma sapete che abbiamo anche tre fontane dell’acqua marcia, una fontana miracolosa e una dedicata a Pinocchio?

No?  Mi spiace. Questi sono tutti altri post…

La Vigna di Leonardo – buon vino per una ricetta geniale

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Ricetta per tutti. Tempo di preparazione 500 anni o poco più. Conservare nel tempo.

Ingredienti: Ludovico il Moro, una famiglia di cortigiani : i Della Tela o Atellani, l’architetto Portaluppi, lo storico Luca Beltrami, 8000 metri di terreno, e un genio indiscusso: Leonardo da Vinci.

Preparazione:

– Prendiamo un’area centralissima della Milano del 400, possibilmente di fronte alla chiesa di Santa Maria delle Grazie . Quindi facciamo costruire per volere di Ludovico il Moro, che vuole trasformare questa zona in un’area residenziale, due palazzi rinascimentali attigui.

-Quando la casa è costruita a puntino facciamola donare, sempre dal Moro, alla famiglia cortigiana sforzesca degli Atellani e lasciamogliela per un po’.

-Successivamente facciamo venire al Moro la benemerita idea di far affrescare il refettorio del convento di fronte al genio di Leonardo da Vinci con la famigerata “Ultima Cena”, facendolo soggiornare nella stessa casa degli Atellani. Regaliamogli allora una vigna privata  in fondo al giardino della casa. Lasciamo lì a lavorare quanto basta.

-Intanto smuoviamo le acque e facciamo confiscare la casa dai francesi dopo la caduta del Moro ma restituiamo successivamente la vigna a due servitori di Leonardo, dopo la sua morte, secondo suo autografo testamento.

Lasciamo a cuocere per un po’ di secoli.

-Quando siamo pronti a far risorgere la struttura facciamo fare un sopraluogo a Luca Beltrami che nel 1920 trova ancora la vigna esattamente come e dove stava.

-Valutiamo il punto di lievitazione di tutta la struttura e affidiamo il suo recupero e restauro all’architetto Portaluppi e lasciamogli insediare nella villa stessa il suo studio personale.

-Nel frattempo, potremmo farne a meno, ma ricopriamo di ceneri e macerie di guerra (la seconda) la zona della vigna, facendola però così conservare ulteriormente.

-Infine, dopo averla lasciata chiusa per anni a riposare, in possesso unicamente di privati,  in occasione di Expo 2015 la Casa degli Atellani è pronta per essere servita al pubblico in una veste museale assolutamente nuova..

Servire su prenotazione assieme alla recuperata vigna che il grande maestro ha tanto amato e curato, facendola magicamente arrivare fino a noi.

Accompagnare con un Malvasia di Candia Aromatica del 1400. Eh sì, l’esame del DNA dei ritrovamenti estratti da sotto le ceneri ha rivelato che proprio questo fosse l’antico vitigno, che ora è stato lì ripiantato. Buona degustazione a tutti.

A Leonardo da Vinci è legato anche il miracolo del refettorio.

Ma questo è un altro post…

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Palazzo della Ragione – alla ricerca della scrofa

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Passare in piazza dei Mercanti e cercare di capire in una sola volta tutto ciò che ci circonda è un’impresa ardua e senza scampo.

Palazzo della Ragione, Palazzo dei Giureconsulti, la loggia degli Osii, il pozzo, le funzioni politiche e commerciali della piazza nei secoli, la scomparsa pietra dei falliti, la contrada del rebecchino che vi confinava…troppe cose in un solo posto. Ma siamo al centro di Milano. Più in centro del centro. Dove forse si incrociavano addirittura cardo e decumano di epoca romana. Lì dove ben nascosta ai nostri occhi che troppo spesso guardano solo avanti, c’è scritta l’origine leggendaria della nostra “Mediolanum”.

Diamo uno sguardo trasversale e facciamo un gioco. Passiamo in rassegna tutte le arcate del Palazzo della Ragione e cerchiamo quel capitello che riproduce l’incisione di una scrofa. Ebbene ecco svelato il mistero. Se i romani sono figli della lupa, diamoci pace, i milanesi sono figli della scrofa: “semilanuta” per essere precisi.

Un tal Belloveso nei tempi che furono, circa il 600 a.C., valicando le Alpi giunse in un luogo indicatogli in sogno da un’entità divina. In quel luogo si imbatté in una femmina di cinghiale detta anche scrofa, con una particolarità: aveva del pelo lungo, arruffato e lanoso solo su una parte del corpo. Ecco a voi la scrofa semi-lanuta! (dal latino “medio-lanum”). Il signor Belloveso  si arrese di fronte all’animale e fermandosi sul posto mise le tende e fondò la città di Mediolanum.

Nonostante molte fonti facciano risalire l’etimologia di Mediolanum al termine “in mezzo alle pianure”, o “in mezzo ai corsi d’acqua” o addirittura a “santuario centrale”, ad ogni modo il fatto di essere nati sotto il segno della scrofa, seppur sia una leggenda dimenticata da molti, ci regala sicuramente un’immaginario più fantasioso. Da non dimenticare.

Ma non pensiamo che solo Roma abbia la sua lupa. Girando per il centro di Milano ne possiamo notare una su di un muro, anche se non troppo in vista.

Ma questo è un altro post…